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martedì 1 agosto 2017

Cesare Battisti a Viareggio

 
Ritratto di Cesare Battisti - Duilio Cambellotti

Immersi come siamo nel mortifero torpore della nostra quotidianità, è assai difficile anche soltanto immaginare quale clima si respirasse nel lontano 1915. L'Italia intera era percorsa dal fremito di una parola forte e terribile che agitava le coscienze degli italiani: guerra! Da nord a sud si susseguivano comizi e conferenze; i giornali erano in continuo fermento; nelle piazze gli scontri tra la fazione neutralista e quella interventista erano all'ordine del giorno. L'Italia di allora era una Nazione incandescente in preda ad un turbinio di passioni e sull'orlo di esplodere da un momento all'altro.
Una delle più autorevoli voci del settore interventista fu senz'ombra di dubbio quella di Cesare Battisti. Sinceramente convinto della necessità della guerra all'impero austro-ungarico per riscattare il suo Trentino e le altre provincie ancora schiacciate dal tallone imperiale, fu determinante nel convincere molti italiani alla causa interventista. Ma i comizi di Battisti non furono esenti da critiche e contestazioni; il partito socialista italiano, a differenza della maggioranza di quelli europei, esclusi alcuni suoi membri ed una corrente minoritaria – capeggiata da Mussolini – che si scisse dal partito, era per la maggioranza neutralista. Battisti aderì al socialismo fin dalla sua giovinezza, ma a quel socialismo intriso d'amor di Patria che vedeva una continuità con la miglior tradizione risorgimentale, lontano dalle derive internazionaliste che pervadevano invece larga parte del partito. Suoi numi ispiratori furono Mazzini, Garibaldi e Pisacane più che Marx ed Engels. Nel suo Trentino, dove l'oppressione assumeva i caratteri etnici della contrapposizione fra italiani e tedeschi più che quelli di classe, la lotta per la giustizia sociale e l'elevazione del popolo si sposavano alla perfezione con la questione nazionale e quindi con l'irredentismo. Per Battisti dunque la guerra contro l'Austria significava al contempo il compimento delle battaglie risorgimentali e la fine di un governo dispotico e reazionario solo attraverso la quale si sarebbe potuta realizzare l'emancipazione del popolo dall'ignoranza e dalla servitù. Mentre per la maggioranza dei socialisti italiani la guerra rappresentava l'ennesimo strumento borghese di sfruttamento delle masse proletarie. Fu così che in giro per l'Italia Battisti vide molti di quelli che avrebbero dovuto essere i suoi compagni di partito criticarlo aspramente ed arrivare, in alcuni casi, addirittura allo scontro fisico pur di non farlo parlare. Le due contestazioni più eclatanti e clamorose furono indubbiamente quelle di Reggio Emilia e Viareggio. Nella prima città il forte nucleo di neutralisti, nel tentativo d'impedire la conferenza interventista, si scontrò con le forze dell'ordine ed uno dei manifestanti rimase ucciso. Era il 25 febbraio del 1915. Il comizio a Viareggio, il secondo per la precisione, si sarebbe svolto pochi giorni dopo quei drammatici avvenimenti. Ma procediamo con ordine, giacché proprio sulla conferenza nella città toscana abbiamo deciso di concentrare la nostra attenzione, non solo perché riguarda il territorio in cui viviamo, ma anche per la curiosità di approfondire meglio quelle vicende storiche su cui solitamente si scrivono giusto due righe. 


Teatro Politeama, luogo della prima conferenza di Battisti a Viareggio


La nostra ricerca ha incontrato subito un'incongruenza. La prima fonte consultata è stata quella di Leone Sbrana, scrittore e deputato del partito comunista, con un articolo sul n.9 del periodico Viareggio Ieri anno 1965 ed intitolato “Battisti riattizza il fuoco”. A cinquant'anni esatti da quella tumultuosa giornata del 1915, Sbrana ricordava ai suoi concittadini quando Battisti scese a Viareggio, indicando una data ben precisa: 7 marzo 1915. La seconda fonte consultata è stata quella di Ernesta Battisti Bittanti, moglie dell'Eroe, che descrisse l'opera di propaganda del marito in un voluminoso testo intitolato “Con Cesare Battisti attraverso l'Italia. Agosto 1914 – Maggio 1915” edizioni Fratelli Treves 1938. Nel libro, riguardo l'intervento a Viareggio, si parla di ben due conferenze tenute dal socialista trentino e non di una sola. La prima - 31 gennaio 1915 (anche se in un punto del libro si parla del 28, ma è sicuramente un errore o una svista) – è quella in cui Battisti fu contestato e non riuscì a parlare; la seconda - 27 febbraio – si tenne al Regio Casino e si concluse invece in maniera del tutto pacifica. È sorta immediatamente in noi una spontanea domanda: possibile che Leone Sbrana non fosse a conoscenza dell'opera di Ernesta Bittanti? Da quale fonte avrà tratto la data del 7 marzo? Gli stessi giornali d'epoca da noi rintracciati presso la Biblioteca Statale di Lucca, - trattasi di Libeccio, Gazzetta della Riviera e La Gazzetta di Lucca – sono concordi nel riportare la data della prima conferenza al 31 gennaio. Inoltre è d'uopo ricordare che il consiglio dei ministri, in particolar modo dopo i fatti di Reggio Emilia, decretò il divieto di riunioni e di qualsiasi altra manifestazione pericolosa per l'ordine pubblico. Tant'è che la seconda conferenza di Battisti, che doveva svolgersi al Teatro Pacini, venne proibita dal prefetto di Lucca, costringendo gli organizzatori a spostarsi nel Regio Casino proprio per evitare nuovi disordini. Inoltre, come testimonia la Bittanti, nel mese di marzo le conferenze del marito scemarono, un po' per il decreto ministeriale, un po' perché Battisti era ormai convinto che le sue parole avessero ottenuto il risultato sperato. L'interventismo stava infatti riscuotendo sempre più consensi tra la popolazione e l'opinione pubblica, tanto che la guerra appariva ormai ogni giorno più vicina. Il 7 di marzo resta quindi un piccolo mistero irrisolto. Probabilmente Sbrana avrà fatto confusione con la data del secondo comizio, di cui però non parla, riducendo la venuta di Battisti a Viareggio alla sola volta delle contestazioni. Ma torniamo ora a quel 31 gennaio del 1915. Seppur in due date differenti, tanto la Bittanti quanto Sbrana, sono concordi nell'indicare il Teatro Politeama quale luogo in cui avrebbe dovuto svolgersi l'intervento di Cesare Battisti. Viareggio nel 1915 era una cittadina in forte crescita. Aveva ottenuto lo status di città soltanto nel 1820 per concessione di Maria Luisa di Borbone, Infanta di Spagna e Duchessa di Lucca, sviluppandosi a vista d'occhio nel corso del XIX° secolo e passando da poco più di 3.000 abitanti ad oltre 20.000 al principiare del nuovo secolo. Era un centro moderno in continuo fermento, dove alla vocazione turistica e balneare si univano le attività produttive cantieristiche e marinare. Politicamente le città fu per lo più retta da giunte democratico moderate o liberali¹, ma in città erano forti tanto le componenti repubblicane, quanto quelle anarchiche e socialiste (queste ultime sviluppatesi soprattutto a cavallo dei due secoli). Bisogna ricordare che Viareggio fu probabilmente il primo comune d'Italia ad adottare il tricolore nel proprio stemma e lo fece nel 1848, quando ancora non esisteva lo Stato unitario italiano, a dimostrazione del sincero patriottismo che al tempo pervadeva la crescente cittadina, dove trovarono rifugio e dimora molti patrioti d'ispirazione mazziniana nel corso del Risorgimento.


Gonfalone cittadino


Furono infatti gli esponenti della democrazia interventista ad invitare ufficialmente l'On. Battisti a tenere una conferenza in città. Ma altrettanto forti erano le compagine dei socialisti neutralisti, che per l'occasione richiamarono a Viareggio molti iscritti e simpatizzanti dei comuni limitrofi (soprattutto dalla Versilia storica, comprendente i comuni di Seravezza, Forte dei Marmi, Stazzema e Pietrasanta). Anime che verranno inevitabilmente a scontrarsi proprio in quei primi mesi del 1915. Il teatro politeama era gremito di gente. Da una parte i repubblicani, i radicali e qualche nazionalista, uniti alla presenza di alcuni anarchici interventisti tra i quali spiccava il poliedrico artista Lorenzo Viani, convinto assertore dell'entrata in guerra dell'Italia; dall'altra i moderati giolittiani e i neutralisti ad oltranza, accaniti socialisti pronti a tutto pur d'impedire il comizio di Battisti. Secondo la testimonianza della Bittanti, che riferisce quanto raccontatogli dal marito, ad ingrossare le fila dei neutralisti vennero mandati anche molti contadini coloni di Zita di Borbone², moglie di Carlo d'Asburgo – futuro ultimo imperatore d'Austria – che nelle campagne a ridosso di Viareggio aveva una grossa tenuta. Ma la notizia è inesatta, giacché la Tenuta situata nel cuore della pineta di levante non era un possedimento di Zita, ma di Bianca, Infanta di Spagna e moglie dell'arciduca d'Austria Leopoldo Salvatore d'Asburgo-Lorena. Inoltre al tempo la Tenuta arciducale, esclusa la chiesetta, era occupata dalla Marina Militare di La Spezia. Ciò non toglie che essendo ancora proprietà dei Borbone e degli Asburgo, due famiglie storicamente avverse ai destini d'Italia, i contadini a loro sottoposti furono in qualche modo “sollecitati” a dar manforte alla corrente neutralista. Fatto non riportato però dai giornali dell'epoca, se non velatamente accennato in un piccolo trafiletto de La Gazzetta della Riviera in cui si definisce i socialisti locali come “ i tedeschi di Viareggio³. Neppure Sbrana né fa menzione. Forse, vista la sua militanza nel partito comunista, poteva risultare imbarazzante ricordare come i predecessori del suo partito avessero stretto legame con i coloni dei “signori”, soltanto per impedire ad un sincero socialista di parlare. Non lo sapremo mai. Ad ogni modo potrebbe essere davvero verosimile, tant’è che lo stesso Sbrana nella prima pagina del suo articolo parla del “sacro furore dei repubblicani viareggini” i quali, dopo la barbara uccisione di Battisti, avrebbero voluto spingere la giunta comunale a chiedere il sequestro “..della pineta e Tenuta Borbone, oggi detenuta dall'arciduca Leopoldo Salvatore, sedicente Duca di Toscana che combatte contro i nostri eroi del Trentino, a solo spirito di malvagia brama d'austriaca barbarie. Segno comunque inequivocabile di una presenza ostile all'Italia sul territorio.
Ad ogni modo, coloni o meno, quella domenica di gennaio la tensione era palpabile nell'aria. La presenza di un nutrito gruppo di neutralisti e la scarsissima vigilanza da parte delle autorità competenti, furono lo scenario ideale per far esplodere la situazione. Il racconto di Sbrana si concentra sui personaggi chiave, le figure cardine delle due correnti: Viani e Salvatori. Il primo, come abbiamo già accennato, era un artista il cui genio spaziava dalla pittura alla scultura e dai romanzi alle poesie. Le sue opere pittoriche, dal gusto e dal tratto espressionista, iniziavano a farsi strada nel fecondo humus culturale dell'Italia del tempo. Nativo di Viareggio e d'indole focosa e ribelle, sposò ben presto l'anarchismo che nel 1914, sull'onda delle parole infuocate dei sindacalisti De Ambris e Corridoni, lo spinse ad abbracciare la causa interventista.


Tristo (Il mietitore) - Lorenzo Viani


Il secondo era sicuramente il più autorevole esponente socialista della Versilia. Nativo di Querceta, frazione del comune di Seravezza e di professione avvocato, era una figura sicuramente carismatica, stimato per il suo impegno politico e civile anche da molti avversari. Esponente dell'ala massimalista del partito, fu fino all'ultimo tra i più intransigenti assertori della “neutralità senza se e senza ma. Viani e Salvatori erano amici, si conoscevano da tempo e facevano ambedue parte di quella “Repubblica d'Apua” che fu un cenacolo di artisti e intellettuali animatori della scena culturale versiliese, capitanati dal poeta ligure, ma apuano d'adozione, Ceccaro Roccatagliata Ceccardi 6. Ma quel 31 gennaio si videro frontalmente contrapposti. Il titolo della conferenza di Battisti avrebbe dovuto esser “L'Italia e l'attuale momento storico. A quanto riportato da Sbrana, una volta introdotto l'oratore sul palco da parte di un concittadino, il socialista trentino ebbe appena il tempo di proferire poche parole che dalle platea un marinaio, inserito tra le file socialiste “ruttò con posa e voce tragica” così: “perché non vi siete ribellati all’Austria trent'anni fa, quando hanno ucciso Oberdan?. Si alzarono le voci tra le poltrone del politeama e iniziarono a scaldarsi gli animi. Luigi Salvatori, sempre secondo quanto riferisce Sbrana, cercò di calmare le acque ed invitò i compagni socialisti a lasciar parlare Battisti, di modo che si potesse poi fare un contraddittorio al termine della conferenza. Secondo invece sia la Bittanti, che i due giornali - Libeccio e La Gazzetta della Riviera – a tentare la pacificazione delle acque non fu Salvatori - di cui nemmeno si parla - bensì lo stesso Battisti. Infatti su espressa volontà del relatore la conferenza, che doveva essere privata, venne aperta al pubblico allo scopo di suscitare un dibattito; poi al crescere della tensione Battisti stesso cercò di sedare gli animi in platea tanto che “aveva dichiarato due volte e ad alta voce di accettare qualunque contraddittorio 9. Sbrana – fatto non confermato dalle altre fonti consultate – scrive che allora intervenne direttamente Lorenzo Viani, ribattendo a muso duro verso Salvatori e la sua schiera che non ci sarebbe stato nessun contraddittorio e che Battisti avrebbe parlato senza essere interrotto da nessuno. Sia come sia, la situazione iniziò a degenerare velocemente e in men che non si dica fu tutto un parapiglia, con cazzotti e sedie che volavano in platea tra le diverse fazioni. Battisti, attonito, si vide costretto a lasciare il palco, terminando così la sua conferenza mentre nel teatro divampava la rissa che si protrasse per una buona mezz'ora e al termine della quale si contarono diversi feriti, tra cui lo stesso Viani. La moglie dell'Eroe trentino sostiene la tesi secondo cui venne fatto ben poco per sedare l'incresciosa situazione e che le autorità governative, forse ligie alla corrente neutralista, lasciarono sfogare ed esplodere l'ala socialista più oltranzista. I socialisti dal canto loro risposero sulle pagine del Versilia¹º, settimanale diretto proprio da Salvatori, di aver fatto tutto il possibile per lasciar parlare l'oratore e di non aver ordito niente a discapito gli interventisti. Fatto sta che su La Gazzetta della Riviera venne riportata un'esternazione di Battisti, che pare abbia proferito tali parole all'uscita dal Teatro: “Se un tedesco andasse a Parigi ad esporre il suo punto di vista non sarebbe accolto cos씹¹. Si concludeva così amaramente il primo soggiorno di Cesare Battisti a Viareggio. Ma di lì a poco nuove proposte da parte di viareggini indignati per il comportamento di “pochi sconsigliati” arrivarono sul tavolo di Battisti. Il 16 febbraio, secondo la Bittanti¹², dopo una riunione privata da parte di quattordici cittadini appartenenti a vari partirti, venne rinnovato l'invito a parlare in città, onde fare ammenda della volta precedente. Fu stabilita la data del 27 febbraio.


Teatro Pacini, dove avrebbe dovuto svolgersi la seconda conferenza di Battisti


Soltanto due giorni prima di quella data accaddero i fatti di Reggio Emilia ed il consiglio dei ministri, come dicevamo, si pose sulle difensive. A Viareggio il clima fu nuovamente teso. Nello stesso giorno degli scontri di Reggio, la città fu teatro di una grossa manifestazione socialista al grido di “pane e lavoro”! Dopo il concentramento ed il comizio nella piazza del mercato, un folto corteo si diresse compatto al comune deciso ad ottenere udienza. Dopo numerose sassaiole contro il municipio e scontri con le forze dell'ordine il Sindaco, esasperato, decise di ricevere una commissione guidata da Salvatori per discutere sul prezzo del pane e cercare una soluzione contro la crescente disoccupazione in città. I socialisti riuscirono a strappare un accordo per calmierare il prezzo del pane e la promessa di nuovi lavori pubblici tesi ad assorbire la manodopera disoccupata¹³. Ottenuto questo successo tornarono a farsi sentire, seppur non ufficialmente, anche il 27 febbraio, facendo girare tra il popolo un volantino dai toni forti contro il nuovo comizio di Battisti. Nel libro della Bittanti venne riportato per intero così come era stato trascritto, con viva deplorazione, su Il Popolo d'Italia del 3 marzo del 1915. Lo riproduciamo anche noi, con l'intento di dimostrare come siano passati gli anni, ma una certa linea di pensiero, mutate forme e contenuti, nella sostanza non sia cambiata.

Cittadini, Lavoratori, Cesare Battisti in un comizio a Reggio Emilia ha provocato un eccidio. Un morto e parecchi feriti sono stati il frutto della sua conferenza. Stasera ad ore 9 parlerà al nostro Teatro Pacini e chiederà nuovo sangue proletario a mezze de' suoi sicari, i quali sono coloro che vogliono la guerra. Il popolo italiano è già troppo affamato, colui che lavora e lotta per la rivendicazione sociale non deve permettere che i capi di famiglia vengano tolti alle proprie case e mandati al grande macello della guerra europea. Tutto questo vuole Cesare Battisti e i pochi che lo seguono anche stasera tenteranno di scagliqarci contro le baionette. Vi invitiamo dunque per questa sera sabato, ad ore 8,30, in Piazza Grande, per dimostrargli che Viareggio non ha bisogno di novelli assassini. Vogliamo solo pane e lavoro.

I padri di famiglia”¹

La firma è di un generico padri di famiglia, ma non è difficile vedervi gli stessi elementi che provocarono l'annullamento della precedente conferenza. Ed anche in questo caso ottennero un piccolo successo, allarmando ulteriormente le autorità competenti che, come dicevamo, proibirono lo svolgimento del comizio presso il Teatro Pacini. Battisti giunse comunque in città e secondo quanto riportato dalla cronaca de Il Libeccio¹ venne condotto all'hotel Royal, dove gli fu offerta una cena dal comitato organizzatore. Qui venne pubblicamente elogiato dall'Ing. Guarneri, che parlò a nome del comitato e a cui Battisti rispose lusingato, ribadendo la speranza di vedere finalmente l'Italia prendere una decisione risoluta e certa di fronte alla “prepotenza teutonica minacciante la pace mondiale”. Al termine della cena il deputato socialista fu accompagnato dai membri del comitato a visitare il Regio Casino, situato nello stesso edificio del Municipio, di cui la maggior parte dei presenti erano membri. 


Il vecchio Municipio di Viareggio


Ivi, su richiesta dei convitati e in forma strettamente privata, Battisti venne esortato a proferire alcune parole sui territori irredenti. Di buon grado accettò la richiesta, pronunciando un discorso breve e misurato, ma vibrante e deciso, sulle condizioni delle terre italiane sotto il dominio austriaco e sul dovere dell'Italia nel momento attuale. Tanto la Bittanti quanto Il libeccio sono concordi nel riportare il successo di quella piccola conferenza, intervallata da sinceri applausi e da grida di “Viva Trento e Trieste”! Poi, vista l'ora che incalzava e il diretto per Napoli che lo attendeva (dove l'indomani avrebbe tenuto un'altra conferenza) venne accompagnato “da gran folla entusiasta” e “salutato e acclamato dagli astanti” fino alla stazione. Dei neutralisti stavolta, a parte il volantino, neanche l'ombra. Probabilmente gli sforzi e la soddisfazione per i risultati ottenuti con la protesta del 25 febbraio, uniti al fatto che questa sarebbe stata una conferenza strettamente privata, avevano un po' placato gli animi. Ma siamo convinti che fu soprattutto l'onta di quel tumultuoso 31 gennaio ad incidere di più sulla loro assenza. Salvatori sapeva bene in cuor che quella mancata conferenza di Battisti pesava come un macigno sulla reputazione non solo del partito, ma di lui stesso che era riconosciuto come uomo di grande liberalità sempre pronto a dare ascolto e parola anche a chi la pensava diversamente (si ricordi il numero del Versilia lasciato interamente redigere a Viani per spiegare le motivazioni del suo interventismo 16). Macchia che andrà via via allargandosi, rendendo sempre meno efficace la sua linea di condotta soprattutto a livello nazionale, tanto che quando la direzione del partito socialista si riunirà il 16 maggio a Bologna, sarà soltanto lui a votare per “l'immediato sciopero generale politico rivoluzionario”.


Luigi Salvatori, esponente di spicco del socialismo massimalista in Versilia


Il dado oramai era tratto. Battisti, fedele e coerente al suo dire, si arruolò volontario pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra negli Alpini, combatté con valore e morì da Eroe. Le terribili immagine della sua barbara esecuzione fecero il giro del mondo, suscitando lo sdegno e la riprovazione di tutti. In molti ritengono che proprio a partire da quelle ripugnanti fotografie del boia austriaco Lang, compiaciuto e sorridente dietro al cadavere di Battisti, andò sempre più cementandosi nel cuore degli italiani la convinzione della necessità alla lotta implacabile contro l'acerrimo nemico d'oltralpe. In tutte le città d'Italia s'intitolarono strade, piazze, palazzi, sorsero targhe, monumenti, cippi, volti a ricordare il martirio di Cesare Battisti. Non fece eccezione Viareggio dove, su iniziativa del sindaco, di quattro assessori e del segretario comunale, venne fatto pubblicare un manifesto in cui si annunciavano le pubbliche commemorazioni dell'Eroe per il 20 settembre. Si scriveva che “Viareggio, al di sopra di ogni competizione della vigilia, comprese ed amò il figlio di Trento, invocante armi fraterne per la liberazione della sua Terra”. Vi si celebrava Battisti “assurto alla gloria dei precursori, tra i Martiri e gli Eroi del Risorgimento nazionale” e morto “per la redenzione di tutti gli oppressi”. Continuando poi: “In cuor gli splendeva l'invitta fede – animatrice di ogni sua Virtù – in un'era di libertà e di giustizia, verso la quale doveva segnar gran passo, per il suo Trentino, la restaurazione del diritto nazionale e, per il mondo intero, la liberazione da ogni giogo di prepotenti e incivili governi¹. Alla manifestazione parteciparono varie associazioni cittadine, esclusi socialisti (neppure invitati), la Croce Verde (per il suo carattere eminentemente filantropico (sic! n.d.a) e apartitico), il Partito Repubblicano (in segno di protesta per la mancata intitolazione del viale che porta alla Tenuta degli odiati Asburgo-Borbone al Martire triestino Guglielmo Oberdan) e il Circolo Juventus (per non unire la propria bandiera di associazione cattolica ad altre anticlericali e massoni)¹. Al termine del corteo, partito dalla piazza del mercato, i partecipanti si recarono a scoprire una targa dedicata a Battisti e posta sulla terrazza del Municipio, dove il socialista trentino, all'interno delle stanze del Regio Casino, tenne quel suo secondo discorso. Gli venne anche intitolata una strada, la vecchia via degli Uffizi, una delle arterie principali del centro cittadino che, partendo dal canale Burlamacca, taglia da sud a nord Viareggio passando attraverso la piazza del mercato per concludersi di fronte alla pineta di ponente. Il vecchio Municipio, il Regio Casino e con loro quella targa, gravemente danneggiati dai numerosi bombardamenti alleati che si susseguirono incessanti dal 12 maggio del 1944, sono oggi scomparsi. Il Municipio in verità, era ancora recuperabile, ma venne purtroppo demolito nell'ansia di rinnovamento che pervase il primo dopoguerra, lasciando il posto ad un orribile palazzone senza arte né parte. Alcune colonne costituenti la facciata del vecchio edificio sono oggi esposte nel parco della piazza 16 settembre all'interno del Monumento alla Resistenza, posto al centro del Largo Risorgimento, mal custodite e inserite in un contesto urbano improprio. Altre giacciono dimenticate all'aperto nei locali del magazzino comunale. Via Battisti, un tempo viva e fiorente di attività commerciali, è oggi un fantasma di sé stessa, con vetrine chiuse, cartelli di affittasi o vendesi e pervasa da un opprimente senso di desolazione. Da via Battisti si arriva in piazza Cavour – o piazza del mercato – dai viareggini chiamata affettuosamente “il piazzone”, perché un tempo ricoperta da un bel prato dove i ragazzi erano soliti giocare. Di lì un tempo partivano cortei, si radunavano folle e si arringava la piazza. Col tempo vennero costruiti sulla piazza dei caratteristici padiglioni con loggiati sotto i quali sorsero innumerevoli negozi, rinomati per la loro qualità. Oggi qui pullulano venditori cinesi e teppaglia nordafricana, dedita a ben altri commerci. 

Il "piazzone" ieri..

Piazza Cavour oggi..


Della targa dedicata a Cesare Battisti crediamo nessuno si sia mai interessato una volta crollata sotto le bombe. Eppure sarebbe forse l'ora che qualcuno lo facesse, proprio in occasione di questo centenario della Grande Guerra. I problemi di Viareggio sono ben altri, certo, ma non dobbiamo mai sottovalutare la forza del ricordo e della memoria, mai. Dopo la lodevole iniziativa di restauro del monumento ai caduti di Viani e Rambelli – probabilmente uno dei più belli ed originali di tutta Italia – perché non pensare anche ad una nuova lapide in memoria del grande Eroe trentino? Magari da apporre proprio al Teatro Politeama o nella stessa via Battisti? C'è un estremo bisogno di vivificare il grigiore contemporaneo con la luce di un fulgido passato, in cui Viareggio era una fucina incandescente colma di artisti ed intellettuali che alle parole e ai disegni univano l’azione; una città giovane e animata da un popolo vivo, operoso che – nel bene o nel male – sapeva esser battagliero. Per questa città, ma così per l'Italia intera, è necessaria una salutare scossa, una scarica capace di farci tornare a credere che niente è ineluttabile e che non bisogna arrenderci all’inerzia e allo squallore. Nel nostro piccolo abbiamo fatto un primo passo in tal senso ponendo il 12 luglio, insieme ai fraterni amici di Magnitudo Versilia, una corona d'alloro in via Battisti alla memoria del Martire, distribuendo poi tra i passanti dei volantini sul cui fronte si dava un resoconto sintetico delle sue tormentate visite a Viareggio, mentre sul retro era riportata una breve biografia a testimonianza della sua esemplare storia. 

La nostra corona d'alloro deposta in via Cesare Battisti

 
Sempre nella storia dei popoli e delle nazioni sopraggiungono periodi cupi. Non da meno degli odierni lo furono anche quelli vissuti da Battisti, col suo Trentino strozzato dal cappio austriaco. Anche allora fu la memoria la prima arma utilizzata dal giovane socialista per ridare vigore e forza al suo popolo. Dopo l’ennesima legge sopraffattrice degli italiani proposta dalla Dieta di Innsbruck, egli riuscì ad indire un grande comizio di protesta unendo i socialisti e i liberali trentini in una comune lotta. In quel 22 giugno del lontano 1900, nella piazza del Duomo di Trento di fronte a 6.000 persone, Battisti pronunciò un’orazione infuocata. L'attualità delle sue parole è quanto mai inequivocabile e alla luce del suo supremo sacrificio acquistano oggi un più alto significato. Riportiamo allora un estratto di quel discorso a conclusione nel nostro lavoro, con l’augurio che quei concetti, quei sentimenti ivi espressi, tornino ad ispirare ed unire il nostro smarrito popolo.

A scuotere i vivi dell’oggi, occorre lanciare su quest’aria morta l’epico e fatidico verso della rivoluzione: Si scopran le tombe, si levino i morti! Risorgano e passino dinnanzi a noi le figure belle dei Martiri, dei Combattenti, dei Cavalieri dell’ideale. Passate, passate o baldi eroi, che in schiera invitta aveste morte nelle battaglie, mentre l’ultimo vostro sorriso, l’ultima parola erano per la patria!” 19

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1 – La Versilia dalla neutralità all'intervento – Stefano Bucciarelli, in La Grande Guerra. Il contributo di Versilia, Massa e Lunigiana, a cura di A. De Gregorio, Pontedera 2015, pp. 125-126.
2 – Con Cesare Battisti attraverso l'Italia – Ernesta Battisti Bittanti, cap. I discorso del gennaio 1915, edizioni Fratelli Treves Milano 1938, pp. 333.
3 – La Gazzetta della Riviera, anno II n.6 del 7 febbraio 1915, art. La conferenza dell'On. Battisti.
4 – Battisti riattizza il fuoco. Un episodio di cinquant'anni fa – Leone Sbrana, in Viareggio Ieri n.9 anno 1965, pp. 3.
5 – Un leader del Movimento operaio: Luigi Salvatori fra le due guerre e al confino (1914 – 1946) – Enrico Lorenzetti, in Studi Versiliesi n.XVIII (2012-2013), pp. 18.
6 – Idem.
7 - La Gazzetta della Riviera, anno II n.6 del 7 febbraio 1915, art. La conferenza dell'On. Battisti.
8 - La Gazzetta della Riviera, anno II n.6 del 7 febbraio 1915, art. Conferenza al Politeama.
9 – Il Libeccio, anno XII del 6 febbraio 1915, art. Magre giustificazioni.
10 - La Versilia dalla neutralità all'intervento – Stefano Bucciarelli, cap. Ragioni della democrazia e nota n.55.
11 - La Gazzetta della Riviera, anno II n.6 del 7 febbraio 1915, art. Conferenza al Politeama.
12 - Con Cesare Battisti attraverso l'Italia – Ernesta Battisti Bittanti, cap. Nel febbraio 1915, pp. 370.
13 - La Versilia dalla neutralità all'intervento – Stefano Bucciarelli, cap. Concreti problemi.
14 - Con Cesare Battisti attraverso l'Italia – Ernesta Battisti Bittanti, cap. Nel febbraio 1915, pp. 371.
15 – Il libeccio, 13 marzo 1915, art. Conferenza Battisti.
16 - La Versilia dalla neutralità all'intervento – Stefano Bucciarelli, cap. Interventisti estremisti e nota 33.
17 - Con Cesare Battisti attraverso l'Italia – Ernesta Battisti Bittanti, cap. Nel febbraio 1915, nota n. 1 pp. 371-372.
18 - Battisti riattizza il fuoco. Un episodio di cinquant'anni fa – Leone Sbrana, in Viareggio Ieri n.9 anno 1965, pp. 5.
19 - Con Cesare Battisti attraverso l'Italia – Ernesta Battisti Bittanti, cap. Linea e figura dell'Irredentismo trentino, pp. 32.

domenica 2 luglio 2017

Chi ha paura del Risorgimento? - Maria Cipriano

In quanti, tra istituzioni pubbliche, giornali, periodici e telegiornali nazionali hanno ricordato la battaglia di San Martino e Solferino combattutasi il 24 giugno del 1859? Anche sulla rete, solitamente più aperta e attenta alle ricorrenze, la battaglia decisiva della IIª Guerra d'Indipendenza è stata scarsamente ricordata, subissata anche dal ricordo della più eclatante “Battaglia del Solstizio” che vide ribaltare le sorti della Grande Guerra. Sul nostro territorio – la Versilia – il Comune di Pietrasanta si è invece distinto per una meritevole iniziativa al riguardo. Domenica 25 giugno, insieme all'Associazione Reduci delle Patrie Battaglie e Fratellanza Militare, si è svolta nella cittadina una sfilata con deposizioni di corone d'alloro presso vari monumenti, conclusasi con lo schieramento intorno al Sacrario “Reduci Patrie Battaglie” presso il Cimitero Urbano. Lì è avvenuta l'ultima deposizione, seguita dalla benedizione del Sacrario e dal coreografico volo di tre deltaplani a motore sopra il cimitero con rilascio di scie tricolori. Tutto meritevole e degno di nota: una ventata patriottica tra l'asfittica maggioranza delle manifestazioni patrocinate dalle nostre istituzioni pubbliche. Eppure anche qui un neo dobbiamo segnalarlo. La deposizione della corona al Sacrario è stata preceduta da un alzabandiera. Insieme a quella italiana e francese - giacché le truppe transalpine ci furono alleate in quella guerra - è stata alzata anche la bandiera dell'Unione Europea. Non è per fare sterile polemica, ma quella bandiera è un po' come un cazzotto in un occhio, una nota stonata, un'offesa ai numerosi volontari pietrasantini inquadrati nell'Armata Sarda, che per l'occasione si volevano ricordare. Se nei pensieri dei nostri Patrioti dell'800 risuonò il nome di Europa, non è certo a questa costruzione tecno-finanziaria, strangolatrice dei popoli e delle identità, che essi pensavano. Ben ce lo spiega con questo suo nuovo articolo la nostra collaboratrice Maria Cipriano, che per l'occasione traccia un profilo dettagliato dell'attuale situazione servile in cui langue l'Italia all'interno di questa Europa, satellite americano. Sottolineando, altresì, a quale Nazione e a quale Europa guardavano le anime più fervide e lungimiranti del Risorgimento, con l'intento di fare inoltre chiarezza su molti dei luoghi comuni che purtroppo oggi predominano su quel momento storico. Una lettura necessaria, quand'anche dura e severa, per ogni sincero patriota che non voglia fermare lo sguardo alla superficie o lasciarsi abbindolare dai luoghi comuni dei tanti storici da strapazzo che vanno di moda oggi. Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, ricordarsi da dove veniamo e chi siamo, per poter trovare una via d'uscita dal vicolo cieco in cui siamo finiti.

Gruppo di Studio AUSER  

CHI HA PAURA DEL RISORGIMENTO?


Umberto Coromaldi - Camicie rosse - 1898 -
Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea - Roma

In questi tempi sciagurati dove banchettano indisturbati i nemici della Patria, ben si capisce che non si riesca a celebrare degnamente il Risorgimento con una data apposita ad esso dedicata, come sarebbe doveroso e naturale; anzi i soliti idioti che ormai infestano la penisola hanno suggerito di fissare una data celebrativa opposta, il che la dice lunga su come siamo ridotti. E che siamo ridotti alla frutta e forse al liquorino è comprovato dal fatto che il tanto festeggiato Trump -festeggiato da chi sperava fosse il contrario di Obama-, è atterrato a Roma per la visita solerte al Santo Padre, cui si è presentato raggiante, come noi fossimo ancora uno Stato pre-unitario, o comunque a sovranità secondaria, limitata in qualche modo da una sorta di Stato Pontificio redivivo cui tutti i capi stranieri con tanto di consorti velate di nero (tranne la regina di Spagna che può velarsi di bianco) sono anelanti di porgere omaggio. La sindrome di Carlo Magno e della notte di Natale dell'anno 800 in cui dal papa dell'epoca il Re dei Franchi fu incoronato imperatore di un Sacro Romano Impero che di Romano aveva solo il nome, striscia tuttora nel terzo millennio, unita ai più flaccidi cascami di un buonismo con cui viene continuamente sbacchettato e messo a cuccia un paese che non è più in grado neanche di abbaiare alla luna, figuriamoci di reagire in modo concreto. Da qui la visita di Ivanka Trump alla comunità di Sant'Egidio, l'ennesima accolita di anime caritatevoli a senso unico in giro per il mondo (che però, ahimè, rimane quello che è e delle due peggiora), del tipo “aiuto chi mi pare e piace, decido io chi va in paradiso e chi no, chi è cristiano e chi non lo è”. Non contenta, la first daughter, con l'immancabile contorno delle solite smancerie italofile culinarie, ha visitato, dopo il Pantheon, la sottosegretaria Boschi, che con il superbo monumento degli antichi Padri non si capisce proprio cosa ci abbia a che fare. Quel che ci sembra di capire è che da parte degli americani si è registrato un allineamento perfetto al potere nostrano catto-comunista da far invidia all'allineamento dei pianeti. In tal modo, il messaggio al fido valvassore della penisola di non uscire dal seminato e continuare nella macabra autodafè che toccherà il culmine il 15 giugno con la discussione al Senato dello ius soli (ormai già bello che deciso in barba a noi poveri fessi), è stato riconfermato in modo chiaro, nonostante speranze iniziali di rivolgimenti con questo nuovo presidente d'oltreoceano, speranze puntualmente andate in fumo. Mentre qualcuno s'illude che l'America cessi di contare e le frecciate della Merkel sull'europa che deve fare da sé significhino qualcosa di diverso da “l'Europa dev'essere comandata dalla germania”, il quadro che se ne ricava è ben diverso, e cioè che l'europa comandata dalla germania è ancora peggio di quella guidata dall'america che, almeno, è una superpotenza, e le alzate di testa della cancelliera non serviranno certo a depotenziare gli Usa sul piano internazionale. Il fatto è che Trump, da buon magnate, vuole incamerare i vantaggi e non le perdite, e dunque i gravi problemi del vecchio continente non li sbroglierà certo lui, e li lascerà tutti a frau Merkel che sarà capace solo di peggiorarli, com'è avvenuto per la povera Grecia.
Morale della favola: l'europa da sola non combinerà un bel nulla perché non esiste altro che sulla carta, è una creatura artificiale e artificiosa che persiste nei suoi errori, sorda ai reclami dei rispettivi popoli i quali rivogliono i propri paesi com'erano prima dell'invasione e tanto meno vogliono i comuni centri sovranazionali che fanno comodo a Berlino; intanto gongolano i Sauditi, nel cui paese vige il reato di stregoneria, alleati in pole position degli americani, cui fa da ostacolo solo l'Iran e quel che resta della Siria di Assad, apparsi in forma smagliante felici e contenti, stracarichi di armi e di soldi con cui potrebbero mantenere mezza Africa, usciti dalla visita di Trump più ringalluzziti di prima, mentre il nuovo Medio Evo oscurantista avanza nel cuore di un continente rimbecillito che a suo tempo inventò gli aerei, il cinema, gli antibiotici, il telescopio, il telefono, il computer, l'automobile, il treno, ma a cui oggi ben si attaglia il celebre detto italico “chi è causa del suo mal pianga se stesso.” E dal G7 di Taormina s'è subito capito che le cose rimarranno tal quali e anzi andranno di male in peggio: gli immigrati (pardon migranti) continueranno a sbarcare a frotte, pasciuti e coi telefonini in mano, curati, assistiti e incarcerati a spese nostre, nonché beneficati della cittadinanza per la gioia e gloria dei caduti del Piave e di Vittorio Veneto, di cui peraltro un esercito di cornacchie pacifiste aveva già decretato l'inutilità e cancellato la festa nazionale che li celebrava; i sospetti di estremismo islamico e addirittura gli espulsi continueranno a girellare indisturbati, i terroristi a colpire, le aziende a chiudere, i poveri a moltiplicarsi, la sovranità nazionale a decrescere, la televisione ad ammansire le folle, la sicurezza dei cittadini a fare acqua da tutte le parti, i prodotti del made in Italy, soprattutto in campo agroalimentare, ad essere seriamente danneggiati da trattati come il CETA, che avvantaggiano smaccatamente le multinazionali d'oltreoceano, dove peraltro i controlli sanitari sono piuttosto larghi e si usano pesticidi proibiti qui in Italia.
A chi mi chiedesse come mai siamo finiti in questo modo -3000 anni di Storia d'Italia franati sull'orlo di un buco nero-, risponderei che quando si allentano e addirittura si tagliano o, peggio, rinnegano i legami col passato, quando non c'è più la trasmissione dei ricordi dai vecchi ai giovani, quando i vecchi non sanno più raccontare, tramandare e comunicare i grandi ideali a far da stimolo e sprone, incoraggiamento e sostegno alle nuove generazioni, quando non c'è più nulla di cui andare orgogliosi e fieri perché hanno fatto terra bruciata, quando difendere l'Italia diventa quasi una colpa (e diventerà un reato se andiamo avanti così), quando la Patria viene ridicolizzata e considerata un anacronismo perché bisogna guardare oltre (dove, all'europa della Merkel?), quello è il momento in cui il buco nero si avvicina per inghiottire con la sua forza attrattiva anche la luce. Allora non ricorderemo più, la nostra Storia sarà stata uccisa, rimodellata secondo i nuovi parametri stabiliti dai nuovi dispotici padroni di un'europa gradita solo a loro e alle pecore che li seguono. Ai nostri figli, nipoti e pronipoti è questo che li aspetta: il buco nero, il punto di non ritorno. Già si vedono chiaramente gli effetti di questo risucchio nel nulla: mentre prima c'era chi faceva argine e decisa opposizione alla denigrazione e banalizzazione della nostra Storia, alla messa in ridicolo perfino della Grande Guerra, in una parola ai tentativi di infangare e cancellare l'Italia, nonché di recarle danni economici, ora queste bertucce trovano sempre più spazio, sproloquiano indisturbate, hanno invaso ambiti politici che si credevano immuni, creando uno zibaldone confuso, un polverone di sciocchezze in cui sguazza una becera plebaglia invasata dal “cupio dissolvi” della nazione.
L'appena scorsa riunione in pompa magna del G7, nella splendida vetrina del golfo di Taormina, del Teatro Greco, degli storici hotel San Domenico e Timeo, e della famosa piazza Duomo di Catania, gestita dalla placida mansuetudine del presidente del Consiglio Gentiloni, non è stata, appunto, che una bella vetrina, del tutto avulsa dal popolo italiano che il governo dovrebbe rappresentare. Dietro di essa, si agitano le ombre di una nazione che non comunica più coi suoi governanti che cordialmente detesta, e vive rassegnata, fredda e distante, nelle sue ambasce e nei suoi problemi irrisolti. E' un popolo che ormai non ha quasi più reazioni, come fosse stato addormentato, perché sennò non gli si sarebbe potuta sbattere in faccia impunemente la marcia pro-migranti come uno schiaffo sulla ferita, né il presidente della regione Lombardia Maroni potrebbe indire, coi suoi comparucci veneti, un referendum sull'autonomia, intorno a cui la furbetta truppaglia leghista rompe le scatole da decenni. In questo caravanserraglio ognuno ormai può dire e fare ciò che vuole contro l'Italia, tanto l'apatia degli italiani col suo inconcludente silenzio pregno di rancore, non sfiora nemmeno i nostri governanti i quali, come già Maria Antonietta e Luigi XVI di Francia dentro le belle mura di Versailles, bellamente se ne infischiano del malcontento generale e stanno procedendo a lunghi passi alla firma di altri dannosi trattati, alla cessione di altra sovranità, alla legalizzazione di milioni di stranieri, incuranti del fatto che gli autori dei sanguinosi attentati spesso e volentieri avevano la cittadinanza del paese d'accoglienza.
In tutto questo, il Risorgimento doveva servire a tenere in mano la bussola, doveva svolgere il suo prezioso e insostituibile contributo storico al mantenimento dell'identità nazionale, doveva essere una bandiera perenne. Non è stato così, anzi gli hanno sputato addosso, inventando accuse inesistenti, il che non è avvenuto certo per caso. E se l'antirisorgimento apportatore di disgrazie rifulge anche dall'anacronistica smania di baciare la pantofola vaticana, che dovrebbe quantomeno seguire l'omaggio alle nostre istituzioni per quanto disastrate esse siano, ma che invece le precede o sostituisce addirittura, le scosse che si pensava Trump avrebbe assestato al nuovo ordine mondiale vanno relegate nel mondo dell'elettrotecnica, perché l'unica scossa che ha dato -perlomeno a noi- è stata quella d'ingiungere al nostro Governo di raddoppiare i contributi finanziari alla Nato, in quanto gli americani non vogliono pagare per la sicurezza degli altri. Il che sarebbe anche giusto se noi, a dir la verità, con 120 basi americane sul territorio (non ne bastavano una dozzina?) -e altre venti super segrete di cui non si conosce neanche l'ubicazione-, ci accolliamo un'enormità di spese all'anno che gravano sul già spremuto limone del contribuente italiano. Ma dovremo pagare e zitti: altro che l'europa farà da sé!...
Ma torniamo al Risorgimento, i cui protagonisti, se vedessero come siamo messi, farebbero finta di non conoscerci. Infatti, anche per chi pone l'accento sul presunto europeismo di Mazzini e Garibaldi, c'è da precisare, a scanso di equivoci, che quest'europa scombinata e combinaguai non ha assolutamente nulla a che vedere con quella vaticinata dai due grandi del nostro Risorgimento, che auspicavano un'Italia grande e forte, protagonista e artefice della politica internazionale, entro un'Europa collaborativa, custode delle identità nazionali, quelle sì una ricchezza e una risorsa da salvare, fatta di cultura, tradizioni, usanze, costumi, lingue, popoli. Mai, dico mai, Garibaldi e Mazzini avrebbero voluto un'europa come questa: anzi, non l'avrebbero immaginata neanche nei loro incubi. Chiaro dunque che l'attuale contesto ove, sotto il paravento dell'europa, si stanno annullando popoli e nazioni, abbia generato la paura del Risorgimento, gloria e vanto dell'Italia: una paura che si nutre di un'ignoranza enormemente lievitata negli ultimi tempi, in cui è da vedere addirittura un soprassalto d'invidia e disgusto per ciò che i nostri avi riuscirono a fare in confronto a noi che non riusciamo a combinare praticamente nulla, cresciuti come siamo nel senso di colpa antifascista pubblicizzato da De Gasperi che andò a chiedere scusa a destra e a manca per aver osato l'Italia dichiarar guerra a qualcuno e affondare un po' di navi e aerei altrui.
Così, le insultanti fanfaronaggini che assalgono puntualmente i protagonisti del Risorgimento, screditando chi lo studia da anni su migliaia di pagine di documenti e libri seri, provengono da persone di tutte le risme, tutti i credi e tutti i ceti che si stenta a credere possano esistere nel 3° millennio, eppure esistono, e mai come ora servono a chi sta portando avanti la cancellazione dell'identità nazionale per annegarla nell'europa. Serve questa massa teledipendente, sostanzialmente incolta anche se in possesso di ottimi titoli di studio, amante degli scoop giornalistici o semplicemente dell'aria che tira, permeata di disprezzo verso la Patria, di vanteria esterofila, mondialista, europeista, cristianista, di vaneggiamenti internazionalisti, secessionisti, nostalgici e rabbie personali, e che magari ha letto due o tre libretti di tono scandalistico su Garibaldi e l'impresa dei Mille, ha intravisto la fotografia dell'eroe dei due mondi in veste massonica additata da tutti come uno scandalo, e dunque pretende d'aver capito tutto e possedere le prove inconfutabili che il Risorgimento fu generato da una perfida Massoneria internazionale che in realtà non esisteva affatto. Insomma una babilonia di cialtroni che pretende pontificare di Storia, e, se continua così, domani pontificherà anche di Scienza, magari negando che viviamo in un universo di galassie, e accusando gli astronomi di essere una congrega di visionari nemici della religione e della tradizione.
Mi è capitato perfino di leggere la tesi di qualcuno che fa risalire nientemeno al 1789 (l'inizio della rivoluzione francese, per chi non lo sapesse) il principio di tutti i nostri guai. Per fortuna non si tratta di un medico sennò, a fronte di una simile diagnosi, ci sarebbe da segnalarlo all'ordine. Poiché un ordine degli storici purtroppo non esiste, bisogna subire gli strafalcioni di questi personaggi nostalgici del Medio Evo e del rococò, della Santa Alleanza e della manomorta, i quali sognano restaurazioni di mondi incantati che il Risorgimento e, prima ancora, l'Illuminismo, la rivoluzione francese e Napoleone (tre fenomeni collegati tra loro ma molto diversi l'uno dall'altro e in molti casi opposti) avrebbero brutalmente travolto, in tal travolgimento individuando i germi causali delle nostre attuali disgrazie sociali e politiche, che rappresentano casomai la negazione dell'Illuminismo e il processo all'inverso di ciò che il papa chiamava sprezzantemente “modernismo”, e che sono la negazione esatta del Risorgimento. Non contenti, mentre rimpiangono Franz Josef e il duca di Modena, Ferdinando II e il papa Re, si guardano bene dal raccontare le meravigliose dolcezze dell'ancien regime, dove, tra l'altro, potevi essere arrestato e torturato per un semplice sospetto, e le denunce e segnalazioni anonime erano la regola. Un mondo meraviglioso, dove il giovane Luigi Carlo Farini venne trascinato per i capelli in galera e rovinata tutta la sua famiglia per aver gridato all'università “viva l'Italia!”.
Non vi è dunque da meravigliarsi se l'Italia si volse alla monarchia Sabauda quando questa, unica fra tutte, dismise l'assolutismo, concesse la Costituzione e la mantenne, osò sfidare l'Austria, osò sfidare la Chiesa, buttando all'aria tutto un bagaglio d'insopportabile vecchiume: dalla ghettizzazione degli ebrei al monopolio del clero nell'istruzione dei giovani, dall'invasione di ordini e conventi di tutte le fogge e dimensioni che inflazionavano la penisola, all'endemica assenza dello Stato inteso nel senso moderno del termine, cioè nell'unico senso possibile in cui si possa parlare di Stato. Non è un caso che le forze che vogliono abbattere lo Stato sono le forze anti-risorgimentali; e poco importa che alcuni tirino fuori il Tricolore quando fa comodo per addolcire la pillola, o rispolverino Mazzini e Garibaldi per darsi le credenziali che non hanno o per senso di colpa o chissà quali altre ragioni. Il Risorgimento va dimostrato coi fatti, e chi ha ridotto lo Stato a un pallido simulacro destinato a sparire nella completa soggiacenza all'Europa, è un nemico giurato del Risorgimento.
Contro il quale la cricca dei guastatori e sabotatori d'avanspettacolo ha da sventolare una mezza dozzina di ritornelli che ripete ossessivamente, e contro i quali l'illuministica ragione non ha possibilità di competere, trattandosi di tesi emotivo-irrazionali che non trovano riscontro né nei documenti nè nei fatti, e tantomeno nella logica, ma interessano la psicologia. Una di queste, la più sterile e ricorrente, è la teoria del “complotto massonico” da cui sarebbe stata originata l'Unità d'Italia: uno spauracchio agitato da menti infantili che credono di orientarsi nella scura foresta della Storia servendosi della guida maldestra di qualche libretto che semina il panico contro il lupo cattivo rappresentato dalle società segrete in generale di cui straripava il secolo XIX° e dalla Massoneria in particolare, risalente al secolo precedente. Il fatto che qualche centinaio di massoni o ex massoni sparsi per l'Italia e scollegati tra loro prese parte al Risorgimento, significa per loro che fu una perfida Massoneria nascosta a originare il Risorgimento e non che codeste persone, in via individuale, parteciparono al Risorgimento per i fatti propri, indipendentemente dall'essere massoni e anzi spesso uscendo dalla Massoneria la cui natura e struttura risultava incompatibile con il Risorgimento. Uno dei principi cardine di questa era infatti che le questioni politiche dovevano esser tenute rigorosamente fuori dalla vita di loggia che è vita eminentemente speculativa, e dunque rientravano nella sfera della libertà individuale di ciascuno. Ci furono massoni che parteciparono al Risorgimento, e massoni che non vi parteciparono e lo guardarono anzi con sospetto o sussiego. Nè ciò desta meraviglia, in quanto la Massoneria cosiddetta “moderna” nacque e prosperò durante l'ancien regime, di cui rispecchia molti aspetti (anzitutto l'esasperante formalismo e la deferenza verso l'autorità costituita), tant'è che vi si affiliarono sovrani (lo stesso Luigi XVI di Francia), principi, uomini di Stato e funzionari della Polizia e della Magistratura, nonché rappresentanti della più alta cultura del tempo. Insomma, l'affiliazione massonica fu una vera e propria moda settecentesca coltivata nelle alte sfere della società, un segno di distinzione che attestava il rango altolocato dell'adepto, la sua levatura, la sua posizione nei ruoli del potere e “dell'intellighenzia”. Fu piuttosto la crescente diffidenza della Chiesa a creare problemi ai circoli massonici, ma non perchè miravano ad azioni sovversive della società, bensì per questioni eminentemente spirituali: nei “templi” massonici, infatti, si portavano avanti discorsi che di fatto competevano e concorrevano con la verità unica rivelata della religione ufficiale che non ammetteva contraddittori, e la Chiesa non tollerava concorrenti nè poteva ammettere associazioni ove s'inscenavano riti diversi da quelli suoi propri. Conseguentemente, non poteva lasciar passare “cammini interiori salvifici” differenti da quelli rigorosamente previsti da lei medesima. In tal modo il “Tempio” massonico diventava inevitabilmente un rivale della Chiesa, un suo nemico giurato, passibile dell'Inquisizione. Anche se non ne avevano l'intenzione, anche se si rifacevano a Dio e giuravano sulla Bibbia, una sorta di presunta laicità e di affrancamento individuale si poteva sospettare nelle riunioni dei framassoni, in verità impregnate di un formalismo esasperante, di discorsi ricercati, involuti e non di rado oziosi, e soverchiate da temibili gerarchie che di fatto impedivano qualunque esercizio di libertà da parte dei gradi inferiori, in pieno stile settecentesco. In questo senso, basata com'era sull'obbedienza e l'adesione cieca dell'adepto, la Massoneria, anche nelle sue architetture, scenografie e arredi raffinati, nelle sue vestizioni eleganti, nel suo frasario fine e nella gestualità sibillina e non di rado incomprensibile, atta a impressionare i neofiti creando tutto un clima suggestivo di solennità misteriosa e iniziatica, è stata lo specchio del suo tempo, e nessun tipo di rivolgimento politico e sociale -e tantomeno il liberalissimo, scamiciato, rivoluzionario, ardimentoso, giovanilista, combattivo e passionale Risorgimento italiano- potevano nascere da essa. Immaginare perciò la Massoneria settecentesca come una congrega che andava controcorrente per determinare i cambiamenti e rivolgimenti politici del mondo -la stessa Rivoluzione francese!- è del tutto anti-storico e campato per l'aria. Piuttosto è vero il contrario: e cioè che i rivolgimenti storici che in via spontanea si producevano e si producono nell'inquieta e imprevedibile società umana, furono inevitabilmente veicolati in ogni tempo all'interno della Massoneria dai più intelligenti e culturalmente più elevati dei suoi adepti. E dunque, sotto questo profilo, la Massoneria è stata una società permeabile al mondo di fuori, il quale ha inevitabilmente influito su di essa, rendendola quell'aggregazione cangiante e un po' camaleontica, oserei dire ondivaga e opportunistica, adattata e adattabile all'ambiente in cui si trovava e al potere di turno verso cui si è sempre allocata in posizione di contiguità. Per questo è più giusto parlare di Massonerie, al plurale, differentemente sparse nello spazio e nel tempo: perché, al di là di un generico richiamo alla Casa Madre inglese, ognuna fu espressione dell'ambiente in cui nacque, dei suoi fondatori e maestri, delle ambizioni e dei fini specifici che intese darsi in un dato momento storico.
Per quel che riguarda l'Italia, la frammentarietà e labilità particolare delle sue logge massoniche (alcune delle quali si facevano e disfacevano nel giro di poche settimane) rifletteva la divisione e instabilità della penisola: fino al 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, quando, per ovvie ragioni, si volle costituire una Massoneria nazionale permeata di ideali patriottico-risorgimentali e fedele a Casa Savoia, le logge massoniche erano composte da pochi adepti e caddero in disgrazia con la caduta di Napoleone, il quale, volendo fare dell'Italia uno stato subordinato alla Francia, aveva creato una fitta rete di logge totalmente acquiescienti alla sua politica imperialista, che si segnalarono per le lodi sperticate e le piaggerie rivolte a lui stesso, di cui si ritrova precisa eco nei documenti. Va da sé che questa situazione di precarietà e mutevolezza delle massonerie italiane non avrebbe consentito nessun tipo di pianificazione così ambiziosa e impegnativa come quella dell'unificazione nazionale e della lotta allo straniero (ivi inclusi i francesi), pretesa invece dagli improvvisati della Storia.
Per chiarificare ulteriormente questo tema, finito in mano a gente di passaggio, sono proprio le differenze sostanziali intercorrenti tra la Massoneria e la Carboneria, dalla quale ultima soltanto si sviluppò il nostro Risorgimento, a dimostrare che i massoni costituivano una cerchia aristocratica intellettuale piuttosto distaccata dalla società e dai suoi reali e prosaici problemi, sui quali si compiacevano di stendere una visione astratta e utopistica, basata su costruzioni teoriche e ottimistiche, tipiche della mentalità settecentesca, ancora legata alla tradizione monarchico-assolutista, alla rigida divisione delle classi sociali, all'ossequio della religione ufficiale. Niente di più lontano dalla Carboneria, dove l'umile conviveva con l'altolocato, dove non solo bisognava esser pronti alla morte per la Patria, ma anche a dare la morte ai nemici della Patria, traditori, invasori, tiranni e spie. Non a caso i “pugnali carbonari” sono ben in vista in alcuni musei del Risorgimento, e non erano certo dei soprammobili. Anzi, il pugnale era previsto anche per le donne carbonare, le cosiddette “giardiniere”, che lo nascondevano nel reggicalze. Quando, il 15 maggio 1822, lo studente universitario Mordini accoltellò a morte il capo della Polizia di Modena Giulio Besini, tristemente famoso per i suoi duri interrogatori e grande protetto del dispotico duca di Modena Francesco IV, realizzò un tipico atto carbonaro, distante anni luce dalla pacifica Massoneria che aborriva azioni del genere. Come s'è detto, però, la cedevolezza di quest'ultima agli influssi del contesto storico circostante fece sì che essa entrasse prima o poi in contatto con la Carboneria e dunque nel mirino della polizia, ma l'esistenza stessa della Carboneria sta a dimostrare che per unificare l'Italia e liberarla dallo straniero occorreva ben altro che le innocue e sparute riunioni massoniche intorno all'architetto dell'universo, un ben altro tipo di associazione clandestina enormemente più numerosa, attiva sul territorio, operativa, militante e armata, i cui proseliti venivano scelti e smistati in base alla loro capacità di azione, non alle costruzioni intellettuali. La Carboneria insegnò perciò agli Italiani l'azione e il sacrificio per la Patria, due cose sconosciute alla Massoneria, peraltro orientata all'universalismo, e dove, al contrario, gli adepti, proteggendosi a vicenda, tendevano non già ad affrontare i pericoli ma a garantirsi benefici, favori e conoscenze, a ritrovarsi in simposi, feste, teatri e salotti ove l'affiliazione massonica di Tizio e di Caio era di pubblico dominio: cosa impensabile nella Carboneria, i cui adepti erano vincolati al più rigido segreto e chiunque, anche il più insospettabile, poteva essere un carbonaro, dal notaio al farmacista sotto casa, dal prete al calzolaio all'angolo, il che dette un gran filo da torcere alle polizie degli Stati pre-unitari.
Al contrario della Massoneria che esorbitava in costruzioni teoretiche, la Carboneria fu carente in quest'ambito, intorno a cui hanno ragionato gli studiosi di varie epoche cercando enuclearne una visione chiara e concludendo che non l'aveva. In verità questa visione chiara doveva averla per forza sennò non si sarebbe propagata così estesamente su tutto il territorio italiano: viceversa, proprio il fatto che si sia diffusa ovunque -perfino nella lontana Dalmazia- fa concludere che solo un verbo e un messaggio ideale molto forte, univoco e chiaro, era in grado di valicare i polizieschi confini dei vari Stati italiani così arcignamente custoditi. E infatti questo messaggio c'era, ed era sorprendentemente semplice: l'unità e l'indipendenza della nazione, basata anzitutto sul sangue e sul suolo (concetti sconosciuti alla Massoneria), rispetto a cui tutto il resto (Costituzione, riforme varie, questione sociale, monarchia o repubblica) era collaterale.
Pur tuttavia, la complessità delle vicende storiche e, soprattutto, la difficoltà di agire contro nemici numerosi e potenti in un territorio vasto e diviso come l'Italia, finì per creare un insieme complicato di società segrete emule della Carboneria (gli Adelfi, i Sublimi Maestri Perfetti, i Raggi, etc.) che a volte ingenerarono confusione e dispersione, senza contare l'azione di spie e infiltrati delle varie monarchie, e soprattutto il tentativo dei francesi di appropriarsi della Carboneria italiana creando una “Carboneria affiliata a Parigi”, millantando poi le origini francesi della medesima. Sia che gli agenti francesi in Italia fossero al servizio della famiglia Bonaparte e mirassero a mettere sul trono d'Italia un Bonaparte, sia che fossero dei giacobini anti-bonapartisti (come il filofrancese ed ex partigiano di Robespierre Filippo Buonarroti) invasati di rivoluzione libertaria repubblicana, essi cercarono di piegare e distorcere il progetto carbonaro ad altri fini. Ma fortunatamente ciò non avvenne, perchè la Carboneria fu più forte di tutte le trame che le si affollarono intorno. Forti furono i suoi membri, votati alla morte e al martirio, e il cui sacrificio non fu vano. Essi innalzarono il vessillo più prezioso del Risorgimento -l'unità e l'indipendenza da ogni straniero- trasmettendolo alle nuove generazioni che, pur cresciute nella paura di ciò che vedevano (arresti, patiboli, retate, intimidazioni, violenze) seppero trasformare quella paura in coraggio e raccogliere il testimone da chi li aveva preceduti.
Oggi che ci sarebbe bisogno come non mai di far garrire al vento questa bandiera per riprendere ciò che è nostro, la nostra stessa dignità di nazione, ecco che i truffatori e i traditori sono all'attacco, fomentatori di caos, divisione e bizantinismi intellettuali, e addirittura hanno sputato su quella bandiera, coi fatti e con le parole.
Ad essi vada l'esecrazione degli antenati e la giusta punizione che meritano dalla Storia.

Maria Cipriano

giovedì 22 giugno 2017

LA MISERICORDIA CHE NON C'E' - Maria Cipriano



Michele Amatore (Sulayman al-Nubi 1826-1883)

Pluridecorato, promosso sul campo, insignito del cavalierato dell'Ordine della Corona d'Italia e dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, nonché della medaglia di benemerito della salute pubblica.

Una volta, quando la Chiesa cattolica insegnava le cose che le competevano, e certo non spargeva in giro melliflue perdonanze agli anticristiani di professione né sollecitava le invasioni altrui dal mare né faceva comunella con i comunisti (o ex comunisti che dir si voglia), insegnava, tra l’altro, i 14 precetti della misericordia: sette corporali (dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti) e sette spirituali (consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti), di cui forse i più maturi tra noi si ricorderanno non senza una punta di nostalgia. Erano perlomeno tempi in cui 2+2 faceva quattro e si ragionava secondo la buona vecchia logica aristotelica. Erano. E infatti va da sé che di questi precetti, come di molti altri inerenti il magistero cristiano-cattolico, i nostri giovani non sanno un bel nulla, dal momento che la Chiesa ha da tempo rinunciato a spiegare le cose dello Spirito, preferendo “navigare” nella secolarizzazione, nel relativismo morale, nella confusione post-moderna, nella bolgia materiale e materialista tra un gay-pride e l'altro, e, anziché indicare la strada che porterebbe fuori da questo guazzabuglio, ha contribuito a mescolare i sentieri in un farraginoso ginepraio senza sbocco da cui spira odor di zolfo. E' ormai abbastanza chiaro che, a parte eccezioni, gli ecclesiastici sono schierati col Governo assieme agli altri vertici del residuo Stato e delle forze mediatiche a questo collaterali, per continuare ad allietarci con l'invasione dei migranti.
Questo preambolo serve, a me che sono laica e anticlericale, non tanto per “rimpiangere i bei tempi andati”, quanto per fare una riflessione sui precetti di cui sopra alla luce dei tempi attuali. Genericamente parlando, la misericordia che con facile trasposizione si tenderebbe a riferire ai poveri profughi che fuggono dalle guerre e dalla miseria, in verità va girata agli italiani. Non solo: ma non la riferirei ai migranti per una serie di ovvie ragioni. Va da sé, infatti, che le misericordie corporali e spirituali, cioè quella serie di provvidenze e conforti che la religione cristiana incita a donare ai bisognosi, vanno elargite anzitutto a chi è vicino (infatti il termine “prossimo” ha proprio questo significato), e secondariamente (e non certo obbligatoriamente) a chi è lontano. Se poi chi è lontano viene sospinto apposta laddove nessuno lo vuole e lo desidera, cioè a casa degli altri, e ne viene sospinto a frotte di migliaia al giorno, per secondi fini, cioè per obbedire a un piano mondialista che ha tutto in testa fuorchè la misericordia, i 14 precetti vengono sonoramente a decadere e non hanno più senso, non solo, ma vanno ritirati e negati. Non c’è bisogno di una vista particolarmente lunga per vedere dov’è l’inganno dell'accoglienza, e dove veramente s'intende arrivare con tutte le smancerie sulla lieta convivenza multietnica.
La confusione babelica non evoca affatto ciò che Dio vorrebbe per l’umanità, bensì l’esatto contrario. E girando per l'Italia (per non parlare del resto d'Europa dove esistono vere e proprie enclavi dove domina la sharia, che è contraria allo Stato di diritto nato dall'Illuminismo), soprattutto in alcune città (Brescia, Parma, Reggio Emilia, Prato, etc.) si assiste a una commistione di lingue, usanze, tratti somatici e caratteriali, modi di vestire, regole, usi e costumi, in poche parole a un sovvertimento che qualcuno ha inteso propinarci, e che, più che rientrare nei piani divini, entra piuttosto in quelli diabolici. Inutile che insistano gli “accoglienti” di professione che credono al paradiso dopo la morte come premio alla loro bontà, sul vero significato della stessa che si sbracciano a elargire a tutti tranne che agli italiani. Stendiamo un velo pietoso sulle stucchevoli tiritere che gli emigrati sono una ricchezza, che i cristiani non devono erigere muri, etc. etc. etc, come recentemente ripetuto, nella solita intervista di propaganda, dal nuovo preposito della Compagnia di Gesù e grande amico di papa Bergoglio, padre Arturo Sosa Abascal: anche lui proveniente dall'America latina, anche lui smanioso di accogliere milioni di migranti che potrebbero essere deviati assai meglio dalle sue parti e vedere l'effetto che fa.
Una falsa misericordia, diciamolo subito, che sottrae ai legittimi abitanti miliardi e miliardi di euro (compresi i soldi inviati dagli stranieri ai paesi d’origine e compreso l'altissimo numero di delinquenti stranieri mantenuti a nostre spese nelle carceri), e sta causando un grave disagio sociale, culturale e psicologico nella popolazione già provata dalla crisi, a cui nessuno, in barba alla democrazia ormai andata a farsi friggere, ha mai chiesto il permesso di nulla. Poi, quando questi migranti ogni tanto, inevitabilmente, muoiono in mare, l’insoffribile palcoscenico del buonismo raggiunge la sua apoteosi, e anche l’imbecillità di chi si permette di addossarne la colpa agli italiani.
Ma la bontà c’entra assai poco col buonismo, anzi ne è all’antitesi. Gli scritti della Patristica e della Scolastica, basi dottrinarie del cristianesimo, ci dicono che il cristianesimo, comunque si voglia interpretare il Vangelo e gli Atti degli apostoli, non è l'equivalente del buonismo, ma qualcosa di molto diverso e ben più elevato. Non mescoliamolo dunque alle dichiarazioni esaltate di coloro che credono di fare la volontà del Signore. A tal proposito, proprio il suddetto Abascal, in una recente intervista, ha ammesso che non si sa con precisione cos'ha detto Gesù Cristo. Benissimo. Avrà forse detto ai popoli d'europa di andarsi a suicidare? Nel Vangelo vi è l'esempio del buon samaritano che soccorse amorevolmente il viandante derubato, bastonato e abbandonato sanguinante per strada dai briganti, ma non per questo si presentarono tutti i derelitti bastonati e sanguinanti a casa sua negli anni a venire, tantomeno traghettati in massa da lidi lontani, e solo in Italia ne sono sbarcati già 50.000 dall'inizio dell'anno, e, tra l'altro, non sono né sanguinanti né bastonati e tantomeno denutriti. Lasciamo dunque la misericordia, che è una cosa seria, a chi è misericordioso veramente, e diciamo le cose come stanno, e cioè che si tratta di una una vera e propria invasione di allogeni, organizzata e premeditata su vasta scala, la quale pertanto non risponde a nessuno dei requisiti che la renderebbero destinataria naturale della misericordia, proprio perché non è né spontanea né casuale né temporanea come dovrebbe essere se si trattasse di autentica emergenza, bensì è pilotata, incoraggiata, voluta, strumentalizzata e finalizzata: infatti non finisce mai. Migliaia di uomini delle nostre forze dell'ordine sono giornalmente distolti dai loro normali compiti in difesa degli italiani per far fronte all'immigrazione, la quale si sviluppa per la gran maggioranza dal continente africano, ove le guerre tribali, la miseria, le malattie e la schiavitù ci sono sempre state e non sono certo una novità di questi tempi, cosicchè non c’è una vera causa intrinseca a quest’invasione se non in un piano preordinato, deciso altrove per secondi fini, e dunque estrinseco: inoltre, il 70% di questi migranti non proviene affatto da zone di crisi e di guerra, ma dal Marocco, dalla Tunisia, dal Senegal, dall'Egitto, dal Mali, dal Camerun e dalla Nigeria del sud, ove si conduce una vita tra le più normali dell’Africa.
Chiaro che gli africani si acconciano a quest’arrembaggio perchè l'evoluto occidente che a loro appare opulentissimo è sempre un ambito traguardo. Ma essi non ci pensavano affatto a venire in Europa e a salire sui barconi pagando fior di dollari, prima che il gioco valesse la candela, e cioè che l'europa stessa li spingesse a venire, dando il segnale di via libera e addirittura andandoli a prendere. Adesso, sanno che non solo possono, ma devono venire. Che più sono meglio è. Che troveranno accoglienza, pasti caldi, un lavoro, la precedenza e preferenza rispetto agli italiani, e potranno chiedere il ricongiungimento familiare. Sanno che potranno fare la voce grossa, magari rovesciando cassonetti, spaccando vetrine e lanciando bottiglie se la sistemazione logistica non è di loro gradimento o qualcuno fa loro gli occhi storti. Sanno che potranno delinquere senza che gli italiani si sentano autorizzati a reagire per evitare guai seri con la giustizia che subito salterebbe loro addosso. Le pubbliche autorità, infatti, proteggeranno sicuramente i poveri migranti e accuseranno gli italiani, assieme a una schiera di finti apostoli con cui San Pietro non vorrebbe aver nulla a che fare, schegge della rottamazione di una sinistra, di un centro e di una destra che più non esistono.
Ma: a chi giova tutto questo smanioso affaccendamento simil-francescano? Cui prodest?
Per chi crede che il NWO (nuovo ordine mondiale) sia il prodotto della fantasia dei complottisti, sarà d'uopo interrogarsi sulla sospetta fregola altruista improvvisamente sorta nei capi politici di aiutare e beneficare gente di tutt'altre lingue, etnie e culture a spese degli autoctoni e dell’erario. E siccome noi non ci reputiamo ingenui, intendiamo sfatare una volta per tutte quest’inganno. Scartata la misericordia che non c’è, resta solo un calcolo primario, cui se ne affiancano altri comprimari: il calcolo di distruggere il concetto stesso di identità nazionale, considerata un ingombro sulla strada della globalizzazione che sola potrà garantire il potere mondiale a una ristretta cerchia di persone. Il neoeletto presidente francese Macron ha affermato di trovarsi in piena sintonia con il potente ministro delle finanze tedesco Schauble, secondo il quale bisogna procedere speditamente alla “costruzione dell'europa”, da intendersi come distruzione delle nazionalità per sostituirvi definitivamente organi sovranazionali che esautorino una volta per tutte ciò che rimane dei già pleonastici parlamenti e governi nazionali. E va da sé che i paesi più deboli, non solo economicamente, ma politicamente come l'Italia, dove un'allegra brigata di elettori vota Renzi, la Raggi e simili, ciancia di cose inutili e guarda gli spettacolini propinati dalla televisione, non conteranno letteralmente più un fico secco e saranno servi e succubi della elite economica-finanziaria e dei suoi lacchè che, dopo il fuoco di paglia dell'elezione di Trump, si sono sfregati le mani alla vittoria di Macron, preparandosi a dettar legge in Europa senza più neanche quella copertura di facciata che avevano tenuto finora. Da qui alla distruzione della democrazia parlamentare e dei diritti sociali acquisiti, il tutto unito e cementato dalla compressione della libertà sotto vari pretesti, il passo è breve e ineluttabile. Ecco quel che ci aspetta se non interverranno fattori eccezionali -che sovente nella Storia avvengono-, ma tra i quali escluderei senz'altro il risveglio degli italiani, essendo più facile che sbarchino gli Alieni.
Gli altri calcoli di cui si parla sono tutti secondari e collaterali: arricchire le organizzazioni che campano sulla cosiddetta accoglienza, procacciare manovalanza non qualificata a basso costo, lasciare in Africa le cose come stanno, abbattendo i pochi cenni di risveglio autoctoni che cominciavano a spuntare qui e là, favorire i Sauditi -alleati fissi degli Stati Uniti-, cioè i potentati arabi wahabiti (vale a dire della corrente islamica più estremista) smaniosi di espandere in Occidente la propria influenza economica e religiosa, e di costruire, oltre alle moschee, un gasdotto passante per la Siria che Assad aveva rifiutato; servirsi dei migranti come provvidenziale “bacino d’utenza” della nostrana partitocrazia in miserevole declino, far fronte al calo demografico della penisola, anche se tutti vedono che la famiglia italiana non viene aiutata dallo Stato il quale fa pagare tasse anche sull'aria che si respira, il che porterà via via alla vanificazione della classe media, cellula fondamentale di una società economicamente in buona salute.
Nell'inevitabile sconforto che ne deriva a qualunque lucido osservatore, sarà bene precisare che la Storia cela trabocchetti e sorprese, in altre parole è imprevedibile, il che costituisce l'unica speranza per i pochi che vanamente si dibattono nel tentativo di salvare l'Italia dall'inghiottitoio europeo. E infatti, tanto per cominciare, nonostante le aggressioni cui è stata sottoposta negli ultimi anni, gli innumerevoli suicidi di italiani che non ce l’hanno fatta, e la svendita pressochè totale del patrimonio pubblico e privato nazionale (di cui poco è rimasto), il nostro Paese si regge comunque ancora in piedi, mentre forse era prevista la sua riduzione in miseria più o meno come la Grecia, di cui i buonisti di professione si guardano bene dal parlare, o comunque una sua sensibile e rovinosa caduta economica e morale: poiché non è avvenuta né l’una cosa né l’altra nonostante i ben noti governi pretesi dall'europa, ora il timone si sta spostando verso altre formazioni politiche le quali dovrebbero sostituire il PD in caduta libera di consensi, e che a tutto si aggrappa pur di sopravvivere. Ma i 5 stelle in azione (o inazione) li abbiamo già visti e ci basta. Per quanto riguarda Salvini e la Meloni, che non fanno paura neanche a un pettirosso, più che attaccarsi al decrepito carro di Berlusconi sembra non sappiano fare. Anzi: con questi personaggi si rischia pure la divisione territoriale. Si chiami autonomia, federalismo, autodeterminazione, regionalismo, non ha importanza, perchè con le parole, si sa, si può giocare, ma trattasi di una mira sempre attuale, tuttora rimasta nei sogni di qualcuno. Non a caso il candidato mancato alla presidenza austriaca Norbert Hofer aveva potuto bellamente affermare di “rivolere” l'Alto Adige che lui chiama sudtirolo senza scatenate particolari reazioni, e infatti, nelle condizioni di remissività biologica in cui versa il popolo italiano, c'è d'aspettarsi che una mandria di cretini gli dia pure ragione.
Tempo fa l’Egitto (l’unico paese militarmente organizzato del Nord Africa in grado di condurre una guerra) aveva esortato l'Italia a un intervento militare autonomo nel Mediterraneo contro l’Isis in procinto di occupare Tripoli (prima che il provvidenziale Putin intervenisse), vista la vicinanza con le nostre coste. Ma: abbiamo noi una politica estera autonoma e indipendente come l'aveva il Regno d'Italia? Giammai. E infatti, nel giro di poco, il presidente egiziano venne “azzittito” dalle portaerei francesi e americane che s'affrettarono a prendere posizione in quelle acque, non già per schiacciare l’Isis, ma per non veder contrastato il loro predominio: un predominio del nulla, in verità, sopra un mondo sempre più allo sbando e ingovernabile da chi non lo sa governare, appunto.
Tornando agli immigrati che spesso con poca creanza e gratitudine sgomitano sul nostro suolo, magari parlando arrogantemente a voce alta nel loro incomprensibile idioma, sappiamo che c'è qualcuno che scioccamente li paragona ai nostri emigrati di un tempo. Non c'è bisogno di essere degli storici per smentirlo categoricamente: i nostri emigrati andavano nelle Americhe, cioè in luoghi vergini e sterminati dove c'era bisogno di tutto. Invece dell'accoglienza, trovarono norme severe, degrado e maltrattamenti. Andavano ove c'era fame di popolamento e di manodopera, oppure forte richiesta di competenze qualificate: si pensi alla costruzione della Transiberiana che fu opera di italiani, alla costruzione della capitale svizzera, Berna, ove espressamente le autorità elvetiche richiesero gli italiani per le loro specifiche competenze in materia, o a quella di S.Pietroburgo, ove la zarina volle assicurarsi la ben nota maestria artistica italiana. Secondariamente, la nostra emigrazione in nessun caso potè considerarsi un'invasione, in quanto contribuì grandemente alla storia, alla costruzione e al miglioramento dei paesi ospitanti (basti pensare all'Argentina e all'Uruguay), e senza minimamente godere di alcuno dei proficui vantaggi che il nostro governo elargisce invece a codesti nuovi arrivati caricandone le ingenti spese sulle spalle dei contribuenti italiani ridotti al “fesso che paga”; migranti che, salvo rari casi, non hanno nessuna particolare competenza e non hanno contribuito in nessun modo alla storia e alla costruzione della nazione italiana, la quale rimane per essi un'entità estranea, un semplice luogo geografico ove abitare, e di cui si mostrano sovente lontani dal voler imparare e rispettare la millenaria splendida civiltà. Il fatto che vi sia una minoranza che invece si integra e si vuole integrare, e noi ne siamo lieti, non toglie il problema di base, e cioè che un paese piccolo come l'Italia, privo di materie prime, politicamente debole, impoverito dalla crisi, angustiato da ricorrenti calamità naturali e da molti altri problemi, è costretto a soggiacere da anni a un'intollerabile invasione imposta con tracotanza dal governo ai legittimi abitanti, per “accogliere” la quale si ventila addirittura una futura legge di requisizione forzata di edifici.

A questo punto mi sovviene un bell'episodio del nostro glorioso Risorgimento: la storia di un bambino sudanese di 5 anni, fatto schiavo nella tragica tratta degli schiavi che in Africa era la regola e in cui i musulmani d'Egitto avevano la loro parte. Dopo il sanguinoso massacro della sua famiglia, l'incendio del villaggio e una drammatica marcia forzata in catene, l'infelice bambino venne “comprato”, per essere liberato, da un esule piemontese, carbonaro, condannato all'ergastolo e rifugiato in Egitto con molti altri patrioti italiani a seguito dei moti risorgimentali del 1821: il dottor Luigi Castagnone, che sarà poi il suo padre adottivo. Questi gli insegnò a leggere, a scrivere, a parlare italiano, e quindi lo portò con sè in Italia nel 1837, a seguito della grazia concessa da Re Carlo Alberto, salito al trono nel 1831. Qui, il bambino fu educato in varie discipline e battezzato dal Vescovo di Asti Michele Amatore, di cui assunse il nome, facendosi apprezzare per le sue virtù, la sua intelligenza, la sua lealtà, la sua modestia, e ottenendo subito la cittadinanza. Rientrato in Africa da adulto per cercare di aiutare il paese natìo con leciti commerci, poiché l'Italia aveva nondimeno bisogno di aiuto, si precipitò immediatamente a combattere, entrando nei bersaglieri e partecipando a tutte e tre le guerre d'indipendenza nazionale ove si meritò medaglie ed encomi, tra cui la croce di bronzo prussiana. Distintosi anche nella lotta contro i feroci briganti meridionali al soldo dei Borboni, si prodigò dipoi nell'epidemia di colera che funestò la Sicilia nel 1866, quando le autorità del Regno d'Italia coi Carabinieri in testa, incuranti di ogni rischio, rimasero giorno e notte al proprio posto tra i malati (disinfettando, curando, assistendo i moribondi, seppellendo i morti, esortando la gente a prendere le medicine, consolando i superstiti, etc.) mentre molti scappavano presi dal panico e dalla disperazione. In quell'occasione egli ottenne dal Re Vittorio Emanuele II la medaglia di benemerito della salute pubblica. Perfettamente integrato nella Patria adottiva, circondato dalla stima e dall'affetto unanimi, invitato nei salotti per la sua brillante e acuta conversazione, richiesto di consigli, sposò la milanese Rosetta Brambilla, volendo infine trascorrere la pensione (anticipata per motivi di salute) a Rosignano Monferrato in provincia di Alessandria, accanto al padre adottivo, vicino al quale è tuttora sepolto. Il caso di Michele Amatore del resto non era l'unico: altri ragazzi negri si trovavano in Italia a quei tempi, perchè liberati dalla schiavitù che imperversava nel loro continente.
Però, come ognuno può vedere, tutto ciò è l'antitesi di quel che oggi ci stanno imponendo con malagrazia, arroganza e supponenza, perfino accusandoci di essere “razzisti”. Il bambino sudanese del Risorgimento rappresenta il rovescio di ciò a cui siamo costretti ad assistere giornalmente, nell'imperversare di un'accoglienza illimitata, insensata e incontrollata che costituisce una vera e propria violenza contro gli italiani e anche una mancanza di rispetto per i migranti, spinti in massa ad abbandonare la propria Patria. Nè è difficile dedurre cosa penserebbe il nostro Michele Amatore di tutto questo caos che di misericordioso non ha nulla, e dell'aumento esponenziale della meningite in concomitanza con l'arrivo massiccio e irresponsabile di africani dalla cintura subsahariana, che è chiamata non a caso la “cintura della meningite”. Tutto questo non è misericordia, bensì negazione del diritto, della democrazia e del buon senso. Tutto ciò è negazione del Risorgimento.
Ma fino a quando dal basso si continuerà ad abboccare al catto-comunismo in tutte le sue diramazioni riciclate, riscaldate e riesumate, in tutte le sue tentacolari propaggini consumiste, mondialiste, europeiste, buoniste, islamiste, “genderiste”, papaliste e autoritarie che stanno causando danni incalcolabili, finchè non si capirà che tutta una corona di finti antagonisti gira attorno al tavolo delle spartizioni del potere, non si concluderà assolutamente nulla. Se la nuova versione dei comunisti riesumati dalla tomba del crollo del muro di Berlino è altrettanto odiosa e insopportabile della prima, non meno odiosa è la complicità di quella parte non trascurabile d'italiani che finge di non vedere, e sembra anzi gioire della decadenza dell'Italia cui è ben lieta di sostituire un'europa che esiste solo nell'immaginazione adulterata indotta dai media, la stessa che ha bendato gli occhi mentre Renzi regalava un intero tratto di mar Tirreno alla gongolante Francia, provocando vive proteste puntualmente insabbiate.
In questo bel clima, possiamo immaginare cosa significhi “l'educazione alla democrazia” (una curiosa democrazia senza elezioni) introdotta ultimamente nelle scuole dal MIUR (il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, fondato a suo tempo da Cavour per l’elevato fine dell'alfabetizzazione degli Italiani, e divenuto il solito strumento politico in mano ai soliti): significa il pensiero unico sovranazionale. Lo stesso che ha venduto l’Ilva agli indiani, ha smanganellato gli operai delle leggendarie acciaierie di Terni fondate dal Regno d'Italia, e portato agli stipendi più bassi e alle tasse più alte d’Europa. Lo stesso che ha condannato un tale a non mettere piede per 5 anni a Roma perché aveva osato esporre uno striscione contro la Boldrini davanti a Montecitorio. Lo stesso che permette al presidente della regione Lombardia Maroni, che non ha mai mosso un dito contro l'immigrazione e si è seduto eccome alla tavola imbandita del potere, d'indire un referendum del piffero sull'autonomia della Lombardia assieme ai suoi esaltati comparucci veneti, quelli che dicono che il referendum del 1866 era truccato, quando il Veneto aveva votato per conto suo l'annessione al Piemonte, senza che nessuno gliel'avesse chiesto, diciotto anni prima.
Costruire il nuovo in queste condizioni sembra impossibile, anche se dall’Italia, talvolta, è venuto l’impossibile. Ma gli italiani dissidenti e protestanti, a differenza delle altre nazioni d'Europa, non solidarizzano, non si organizzano, non si uniscono, non si conoscono. Non ne hanno il tempo, non ne hanno la forza, non ne hanno il coraggio, e, forse, le capacità. L'area della cosiddetta destra, pur ricca di tante persone valide, è purtroppo ingombra di personaggi ambigui, che anziché fare chiarezza, aggiungono confusione e disorientamento a quello che già c'è, e dunque sono fatalmente inconcludenti. Il risultato è che tutte le nazioni d'europa hanno un partito nazionalista-sovranista tranne l'Italia. Basta guardarsi in giro per concludere che non salterà fuori nessuna rosa di personaggi eccezionali in grado di imporsi sull’apparato pletorico e asfittico di coloro che ci comandano e sull'inconsistenza di coloro che dovrebbero opporsi ma sono più evanescenti della fata Morgana: non nascerà nessun Mazzini, nessun Garibaldi, nessun Cavour e nessun Re che guida gli italiani in battaglia contro il colosso austriaco. Il Risorgimento non si ripeterà in una nazione che l'ha comunque infamato, fosse pure ad opera di pigmei che ostentano la cultura storica che non hanno, e dovrebbero piuttosto parlare dei loro hobbies preferiti nel circoletto di amici al bar dello sport. Prefigurare in queste condizioni il ripetersi del miracolo del XIX° secolo è illusionismo. Il futuro non lo conosce nessuno e si può soltanto vaticinare, ma in definitiva ogni popolo ha il destino che si merita, e però, anche se il popolo italiano attuale si meriterebbe di essere estromesso dalla Storia nazionale per non essersi dimostrato all'altezza degli illustri antenati che tanto fecero per l'Italia, personalmente auspico che sopraggiunga un giorno l'aurora della liberazione e del riscatto per tutti gli italiani di buona volontà, che, almeno, in questa temperie, abbiano conservato la lucerna della fede nei destini ultimi della Patria.
Maria Cipriano